Baptistery_A


BAPTISTERY_A: Omaggio a Silvio Loffredo

Opening on Tuesday, March 22 at 5.30pm.
The exhibition will run until Friday, April 8
The Gallery will be open on Wednesdays and Fridays from 4.30 – 7.00pm and Saturdays from 10.30am – 1.00pm.
LdM Gallery, via de’ Pucci 4

The exhibition Baptistry_A is intended to be an homage to one of the symbolic monuments of Florence, the “beautiful San Giovanni”, as defined by Dante Alighieri, “the most beautiful monument of the world”, as declared by the architect Le Corbusier.

Inspired by the view of the Baptistry from the uncommon prospective from up above, specifically from the windows of the studio that once belonged to the painter, Silvio Loffredo, to whom the exhibition is dedicated, Baptistry_A originates from the collaboration of two visual artists, Pietro Schillaci and Roberto Pupo, and with the curatorship of the eclectic Fabio Norcini.

In an alienated atmosphere, the Baptistry takes shape through fluid, fluctuating, and uncommon imagery, accompanied by music which has been specially composed by Stefano Davidson.

The symbol returns to life.


L’idea della mostra nasce quando la redazione della LdM Press si trasferisce, a fine primavera 2021, in quello che fu lo studio del pittore Silvio Loffredo per un periodo lunghissimo, dal 1953 al 1993. Posto all’ultimo piano del palazzo del Bigallo, le finestre e il terrazzino offrono vedute mozzafiato sul sottostante Battistero che divenne il soggetto principe del pittore parigino napoletano e fiorentino per scelta e, forse, condanna. Un luogo, dunque,  di memoria, di inesauribili incanti e forti emozioni estetiche: ovvio pensare di invitarvi artisti visivi delle più diverse provenienze onde sollecitarne una “commissione-commistione” centrata  sul sottostante miracolo architettonico, ma che fosse al contempo un originale omaggio al poliedrico artista che lì lavorò una vita.

Il primo ad aderire con entusiasmo al progetto è stato il fotografo Pietro Schillaci, dando vita ad una campagna quasi ossessiva, fotografando per un periodo di tempo lungo, dalla primavera all’inverno, e nelle più varie condizioni di luce, dall’alba alla notte, dentro e fuori lo studio, il magico ottagono e i suoi “riflessi”. Intuendo sin da subito il senso profondo che stava all’origine dell’operazione e stabilendo con il ‘curatore’, che scrive questi appunti di viaggio, un’empatica sintonia capace di tradurre in sorprendenti risultati ogni pur minima suggestione, Pietro ha dispiegato con ogni mezzo a sua disposizione quella sua magica capacità di captare la sconfinata mutevolezza dell’identico. Quando mi ha raccontato che la bellezza di certe sequenze di cui si accorgeva solo dopo, in studio, lo commuovevano fino alle lacrime, ho capito che non potevo trovare artista migliore: sia per la sua formazione, è laureato in architettura, ma soprattutto per la sua sensibilità quasi rabdomantica nel trovare sempre inediti e insospettabili punti di vista anche nell’arcinoto e strafotografato, era l’unico che potesse ripercorrere con l’obiettivo quello che Loffredo inseguiva con tavolozza e pennelli. Altra analogia  con il lavoro di Loffredo è che in un certo senso ogni suo battistero conteneva tutti quelli che lo precedevano e che sarebbero seguiti, pur con prospettive, colori, proporzioni diversissime; e così le foto, Variazioni Goldberg scritte con la luce, teoricamente  senza fine.

Non pago dell’altissimo livello già raggiunto in questo viaggio, una “battistereide” quasi ossessiva, (e sarà solo un caso che proprio Loffredo venisse malignamente definito pittore “battisterico”?), ha deciso di far salire a bordo un altro artista. Pur convinto del proprio lavoro, ma rifiutandone una messinscena da tipica mostra fotografica, già a inizio lavoro ha pensato che Roberto Pupi potesse essere il partner ideale in questo sprofondamento nel battistero: oltretutto Pupi aveva avuto Loffredo quale insegnante all’Accademia di Belle Arti. I due, il cui sodalizio ha avuto come “banco di prova” una riuscita opera (Rischi calcolati, presentata da chi scrive) si sono tirati la corsa, rincorrendo ipotesi, proposte, prove e controprove, tra sopralluoghi non solo sui set fotografici, ma anche tra le possibili sedi espositive, per trovare la migliore soluzione dell’allestimento finale.

Pupi ha una storia che parte da lontano, con proprie personali in tutto il mondo a partire dal 1989, con il significativo passaggio dalla pittura alla fotografia “anche se -come scrive Patrizia Landi- egli ha più volte sottolineato non si considera un fotografo ma bensì un pittore che utilizza la fotografia, che è interessato all’artisticità di quest’ultima, alla sua peculiarità di catturare e di fissare un’immagine”. Insomma, l’uomo giusto al posto giusto.

Il suo ingresso nel progetto ha inoltre posto prepotentemente argomenti di riflessione di ordine generale di non poco momento, quali il superamento dell’autorialita’ in una specie di ‘compartecipazione’ nella quale l’adozione-appropriazione delle immagini, quasi automatica nell’era digitale, non deve però prescindere dalla prospettiva interpretativa, obbligatoria qualora si affronti, come in questo caso, un soggetto del passato. Da qui può scaturire una nuova costruzione di senso della memoria collettiva relativa al battistero, attraverso appunto scatti multipli ma modulari, quasi parte di un puzzle continuamente variabile, le cui tessere offrono innumerevoli permutazioni, possibilità combinatorie e modulazioni volumetriche. Proprio grazie all’apporto di Roberto, alla sua sapienza tecnica e gusto, si è arrivati alla soluzione dell’allestimento definitivo: un quadrato composto da 36 quadrati posati sul pavimento. L’opera diviene così superficie fluida, nella quale le foto si increspano quasi fossero porzione di fiume che trasporta il tempo degli scatti, si muove lentamente in onde emotive che investono l’osservatore mentre ne percorre le “rive”, pervenendo a suggestivi esiti plastici, tra illusione ottica e anamorfosi. Quello che per essere visto richiede normalmente di allungare il collo, qui costringe ad abbassare lo sguardo: un ribaltamento delle abitudini al monumentale e alla sua museificazione mentale.

Tale installazione costituisce il fulcro della mostra, integrata però dalla proiezione in loop di un conturbante video-multivision, dove in rapidissimo montaggio con effetto cinematico, tra suggestioni alla Reggio e animazione quasi psichedelica, entrano in gioco un numero maggiore delle foto di Schillaci, che ha realizzato il video avvalendosi delle musiche appositamente composte ed eseguite per esso da Stefano Davidson. Un a parte la spettacolare sequenza esemplare, racchiusa in una nicchia, gioco tra transeunte nuvola e vertice del monumento, quasi a simbolizzare il metodo di lavoro schillaciano.

La mèta che ci si prefiggeva, di far rivivere (to turn on) il battistero in un’esperienza visiva totalizzante, nuova ed emozionante, capace di disincrostare gli sclerotizzati sguardi, si può dire senza falsa modestia, è raggiungibile. Baptistery_A riesce, grazie alla perfezione dei dettagli che glorifica il totale, a togliere il battistero fiorentino dal polveroso scaffale della libreria in cui giace, ormai non molto diverso da quello di un supermercato, dal momento che la cultura è ormai ridotta a merce, alla mercé di influencer e continuamente vanificata dai google e amazon di turno. Ci si accontenterebbe che il visitatore potesse infine aderire all’entusiasta affermazione di Le Corbusier, che dopo aver carezzato torno torno il Bel San Giovanni, stando a quanto racconta Michelucci, esclama: “E’ il monumento più bello del mondo”. La verifica dista solo pochi passi e consente, ci si augura, di rimirare l’ombelico di Firenze con occhi nuovi.
– Fabio Norcini

Pietro Schillaci – Siciliano, da anni a Firenze dove si è laureato in Architettura, è affermato fotografo professionista, specializzato in arte, innumerevoli i cataloghi di artisti contemporanei realizzati con sue foto. Schivo e appartato è implacabile giudice del suo lavoro. Ammette che il lavoro sul Battistero l’ha commosso.

Roberto Pupi – Livornese, vive e lavora a Firenze. Ha esposto le sue spiazzanti opere e installazioni in numerose personali in Italia e all’estero, curate da insigni critici che ne hanno rilevato l’originale e spesso ironico approccio. Con Schillaci collabora da tempi recenti e questa è la prima loro mostra di rilievo che conferma una mirabile consonanza d’intenti.

Fabio Norcini – Difficile tracciare un profilo della sua variegata attività, in campo editoriale, espositivo ecc. Ha curato e allestito mostre sia di arte che di satira un po’ in tutta Italia, in luoghi insoliti. A Firenze, dov’è nato, si ricordano le mostre al Forte Belvedere (estate 2006) Museo della Specola, al Teatro Puccini (1995/2006) e allo Studio Rosai da lui diretto fino al 2019.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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